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L’espansione umana nei territori alpini e appenninici ha causato notevoli ripercussioni negative alla biodiversità e alla qualità dei servizi ecosistemici. Il conseguente aumento della frammentazione ecologica ha gettato le basi per lo sviluppo dei “conflitti ambientali”, siano essi tra essere umano e altre specie animali, sia tra diverse categorie economiche che intervengono sullo stesso territorio.

Le Alpi e gli Appennini stanno attraversando un periodo di riscoperta ecologica, sia a causa del “ritorno” dei grandi predatori (orso e lupo in particolare), sia per l’aumento di consapevolezza ambientale di sempre più cittadini, che per il sempre crescente interesse verso nuove forme di turismo basate sulla protezione e valorizzazione delle risorse naturali. Considerando questo e il lavoro svolto in ambito internazionale (Convenzione Alpina, Convenzione dei Carpazi, Montagne del Mediterraneo), l’Istituto per lo Sviluppo Regionale di EURAC sta aprendo un nuovo filone di ricerca incentrato sullo studio della convivenza tra uomo e fauna selvatica nelle aree montane e delle tecniche di mitigazione e risoluzione conflitti, al fine di promuovere nuove forme di cooperazione positiva e di sviluppo socioeconomico locale e transfrontaliero.

Comprendere il conflitto tra uomo e fauna selvatica
La partecipazione dei membri di una comunità alla gestione del territorio e dell’ambiente è uno dei più importanti processi in cui si afferma la consapevolezza di quanto uomo e natura siano inscindibili e connessi l’uno all’altra. Purtroppo, non sempre uomo e natura riescono a convivere in questo rapporto mantenendo l’equilibrio. Questo è ben visibile nelle dinamiche della vita quotidiana e si riflette sulle scelte che la comunità stessa è chiamata a fare per garantire che lo sviluppo e il progresso insiti nei progetti di uso del territorio siano comunque sempre rispettosi dei vari ecosistemi e di chi li abita.

Gli uomini entrano spesso in conflitto e si scontrano sulle decisioni che riguardano la gestione di un territorio, del suo patrimonio e delle potenzialità che esso contiene (Regione VDA, 2015). Un conflitto è “incompatibilità tra differenti opinioni e principi – una situazione che emerge quando ci sono differenze nella percezione, nell’attitudine e quando il comportamento di una parte influisce negativamente sull’altra. Comprendere la natura dei conflitti è quindi essenziale per identificare le giuste azioni di risposta, siano di mitigazione, prevenzione o risoluzione. Un punto centrale è riuscire a separare l’impatto che la fauna selvatica può avere sugli interessi umani (quando ad esempio un lupo uccide una pecora) e i conflitti che, a monte, hanno generato certe situazioni a causa di interessi contrastanti tra varie categorie economiche (es. conservazionisti che vorrebbero mantenere i lupi in una certa area e gli allevatori di pecore che invece non li vogliono).

Ci sono stati molti tentativi di classificazione la diversità dei conflitti associati al complicato rapporto tra uomo e fauna. Le migliori e più utili classificazioni per il lavoro che stiamo facendo sono quelle rielaborate da Linnell (2013). Va da sé che ogni conflitto contenga elementi di ogni tipologia e che la seguente classificazione sia solo una traccia per aiutarci a comprendere la natura dei conflitti stessi.

  1. Conflitti di “sostanza”: sono quei conflitti che si riferiscono alla situazione attuale, e che includono le componenti materiali e economiche del conflitto stesso (depredazione degli allevamenti, distruzione di apiari, incidenti stradali, ecc.)
  2. Conflitti a causa di conoscenza e informazione: si riferiscono a come i conflitti vengono percepiti dai differenti stakeholder e che spesso sono dovuti ad una bassa conoscenza delle specie e delle normative (deficit di informazione).
  3. Conflitti su ciò che le persone credono sia “giusto o sbagliato”, molto legato agli aspetti emozionali del rapporto tra uomo e fauna selvatica.
  4. Conflitti di relazione e di interessi tra differenti gruppi e categorie umane.
  5. Conflitti sulle procedure – ovvero come “le cose andrebbero fatte”, che ha molto a che fare con il concetto di potere e di percezione della giustizia.

Negli ultimi 30 anni sono state compiute innumerevoli ricerche in tutto il mondo per analizzare il complicato rapporto tra uomo e fauna selvatica. Nonostante la maggior parte di questi studi abbia un orientamento di tipo ecologico, negli ultimi anni varie altre discipline apparentemente slegate dalla questione (veterinaria, filosofia, sociologia, economia, storia, antropologia, folklore, diritto, scienze politiche ecc.) si sono affacciate a questa tematica, permettendo lo sviluppo di ricerche e progetti multi – e inter – disciplinari che hanno aperto l’opportunità a nuove possibilità di risoluzione conflitti finora non esplorate.

Risoluzione conflitti per lo Sviluppo Regionale
La fauna selvatica, come già espresso in un precedente post, stimola una forte emotività nelle persone, a causa della perdita di abitudine alla convivenza con i grandi carnivori maturata nel precedente secolo, degli interessi economici e, non di meno, delle tradizioni popolari. Non è obbiettivamente facile re-imparare a convivere con altri mammiferi molto mobili, potenzialmente pericolosi e richiedenti, come noi, ampie porzioni di territorio per svolgere le loro attività.

Nonostante i segnali fossero presenti già da tempo (la reintroduzione dell’orso bruno in Trentino è iniziata nel 1996), il ritorno delle specie di grandi mammiferi nelle Alpi e negli Appennini (lupo in particolare, sebbene sia stato sempre presente) ha colto impreparate molte comunità. I danni economici e sociali, che la presenza della fauna selvatica ha oggettivamente comportato, sono stati avvertiti a livello popolare con grande sorpresa, paura e come inaspettati – sviluppando spesso azioni di risposta spesso inadeguate ed inappropriate (vedi caso Daniza). Ciò che ci chiediamo, quindi, è in che modo la ricerca sul campo può contribuire alla risoluzione e prevenzione conflitti tra le differenti categorie economiche e/o con la fauna selvatica, creando allo stesso tempo le condizioni per un nuovo sviluppo delle comunità locali? Innanzitutto è importante, una volta riconosciuta la natura di un conflitto, capire quale strategia sia la migliore da seguire, nel caso specifico. Le strategie di risoluzione conflitti, a seconda della natura del conflitto, ricadono di solito in tre categorie, non separate ma tra loro complementari:

  • Soluzioni tecniche (pratiche, materiali, concrete)
  • Soluzioni politiche (nuove normative ad hoc, raccomandazioni)
  • Soluzioni culturali, sociali ed economiche (interazione tra le persone e le categorie al fine di individuare nuove strategie di sviluppo)

Ogni strategia dovrebbe avere un aspetto proattivo che permetta di prevedere e prevenire lo sviluppo di nuovi conflitti in una certa area; dovrebbe riuscire a mettere in luce le cause reali che hanno provocato il conflitto, necessitando, quindi, di una grande onestà e spirito collaborativo; e dovrebbe considerare i propri limiti, ammettendo anche che alcuni conflitti non possono essere risolti, giungendo a convivere con essi entro limiti accettabili. È bene sottolineare che la risoluzione di un conflitto, di qualunque genere esso sia, si basa sempre sul bilanciamento tra la preoccupazione per gli interessi personali e quella verso gli interessi degli altri, siano essi umani o animali (fig). Solo attraverso lo sviluppo di processi partecipativi locali e transfrontalieri può essere diffusa la base comune storico-sociale ed ambientale delle comunità, e può essere stimolato un dialogo costruttivo verso una visione allargata del territorio che possa offrire benefici a tutti gli attori che vi intervengono, umani, animali e vegetali.

Le conoscenze sulla possibile convivenza tra fauna selvatica e genere umano sono ampiamente disponibili. Numerose organizzazioni internazionali si occupano della questione.

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Ad esempio, esperti dei gruppi di lavoro “Grandi predatori, ungulati selvatici e società (WISO)” e “Connettività Ecologica” della Convenzione delle Alpi si confrontano regolarmente su come creare condizioni migliori per la convivenza sia a livello locale che transfrontaliero. Il conflitto tra l’uomo e il suo ambiente, così come il conflitto tra le varie categorie economiche, se affrontato con spirito collaborativo, porta con sé grandi opportunità di sviluppo locale e transfrontaliero. Dal turismo culturale e naturalistico alla pianificazione territoriale, dall’ingegneria naturalistica ai trasporti, dalla valorizzazione dei prodotti e delle tradizioni locali ai progetti di cooperazione transfrontalieri, sono molti i settori che riceverebbero benefici da una rinnovata convivenza con l’ambiente e le specie di fauna selvatica. Servono direttive internazionali elaborate in comune – e non limitate ad affrontare le emergenze – che siano in grado di prevedere e prevenire i conflitti. Serve un approccio pragmatico, capace di separare gli aspetti emotivi dalla risoluzione pratica delle situazioni conflittuali. C’è bisogno di partecipazione pubblica e di creatività per trovare nuove soluzioni a nuovi problemi e stimolare un nuovo sviluppo. C’è bisogno di educazione ambientale e di consapevolezza ecologica per diffondere una visione allargata dell’ambiente naturale, al di là dei confini amministrativi e dei singoli interessi economici, basata sull’idea che tutti, animali, umani e vegetali, abbiamo fondamentalmente bisogno delle stesse cose per vivere.

Autore: Filippo Favilli

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