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Isaiah Berlin, grande storico e luminare di Oxford University, divideva e classificava i grandi pensatori del mondo occidentale in due categorie: “volpi” e “ricci”. La differenza? “Una volpe conosce molte cose, ma il riccio conosce una cosa importante” (“a fox knows many things, but a hedgehog one important thing”). Berlin si riferiva al fatto che molti pensatori – Platone, Dante, Fernand Braudel – erano ricci perché guardavano al mondo attraverso le lenti di una singola grande idea; altri intellettuali – Goethe, Shakespeare, Aristotele – guardavano al mondo attraverso una varietà di esperienze e per loro il mondo non poteva essere ridotto ad una singola idea.

Questa introduzione ci serve a capire il pensiero di Michael Spence: nella prima parte della sua vita accademica (Professore ad Harvard, Stanford e New York University), è stato un riccio ed ha vinto il Premio Nobel per l´Economia nel 2001 (condividendolo con George Akerlof e Joseph Stiglitz) sulla base dei suoi lavori sul concetto di “asimmetrie informative”; nella seconda parte della sua vita professionale, è diventato una volpe – è stato Presidente della Commissione sulla Crescita e sullo Sviluppo presso la Banca Mondiale, consiglia i governi di tutto il mondo sulle riforme da intraprendere, ha un ruolo di prestigio in istituzioni internazionali e Bill Gates lo considera il suo più importante maestro. Questa era la terza volta di Michael Spence al Festival dell´Economia di Trento ed abbiamo avuto modo di parlare di Italia, di Sistema Mondo e di ricci-volpi nel gotha della macroeconomia internazionale.

Partiamo dalle prime impressioni sul Festival dell´Economia di Trento.
Sono appena arrivato – ma ho visto grandi presentazioni e nomi di spicco nel panorama internazionale: Tony Venables di Oxford, Yu Yongding, Paul Romer, banchieri centrali come l´italiano Ignazio Visco ed il francese Francois Villeroy de Galhau. Il tema di quest´anno, “I luoghi della crescita” era un soggetto ed un focus di studio molto utile. In generale tendiamo a focalizzarci sul livello macro e sul ruolo dei governi centrali, mentre dobbiamo prestare più attenzione alle dinamiche regionali e locali. “I luoghi della crescita” è un ottimo soggetto di analisi, anche se i tempi sono difficili.

L´economia viene spesso descritta come una scienza triste che non ha saputo prevedere la Grande Crisi. Com´è lo stato di salute dell´economia come disciplina?
La mia impressione generale è che siamo riusciti ad allargare l´agenda e la metodologia in una maniera molto proficua. Chiaramente ci sono ancora molte cose che non capiamo o che capiamo parzialmente. Tuttavia l´apertura della agenda e l´apertura a nuove metodologie è molto promettente. Ci sono ancora alcuni vecchi dibattiti che sono stati rivisti ma ci stiamo rendendo conto meglio della maniera in cui il mondo sta procedendo – ad esempio abbiamo visto che le previsioni hanno di routine sovrastimato la crescita, i nostri modelli non catturano completamente queste nuove dinamiche e sta crescendo il consenso sulla via con la quale affrontare le sfide attuali.

Lei è stato Presidente della Commissione sulla Crescita e lo Sviluppo per la Banca Mondiale. La Commissione si focalizzava sui Paesi in via di sviluppo e sullo sviluppo in generale, ma ci sono lezioni anche per il mondo occidentale?
Noi ci focalizzavamo su diversi set di Paesi ma non credo che non si possano generalizzare alcune lezioni. Molti Paesi hanno avuto un percorso di bassa crescita per lungo tempo, ma alle volte succede un cambiamento e, quando il cambiamento succede, abbiamo imparato che la leadership è fondamentale e non solo in senso aneddotico. Per gli statistici è difficile spiegare questi cambiamenti non attesi, per le scienze sociali è difficile provare che la leadership fa la differenza. Ma abbiamo visto che la leadership, il senso del possibile e queste “finestre di opportunità” sono determinanti. L´agenda delle riforme non dipende da una persona ma un nocciolo duro di leadership è cruciale.
In un modello teorico spesso si postula la completa libertà di scegliere le opzioni di policy, ma abbiamo visto che non è così…spesso la storia è path-dependent, legata ad un percorso già battuto, lo spazio per prendere decisioni è limitato. Questa è una parodia dei modelli economici. L´arte della politica e della leadership è trasformare queste limitazioni in qualcosa di meno stringente, fare le cose giuste al momento giusto.

Qui a Trento parlerà di “Stagnazione Secolare”. Quanto importante è questo concetto e da dove deriva?
Questo concetto ed il suo successo hanno molto a che vedere con Larry Summers, Professore di Harvard e già consigliere economico di Obama, che ha proposto questo concetto riprendendolo da Hansen. Abbiamo visto che i trend globali si stavano deteriorando e ci stiamo muovendo in un mondo che non procede ad una velocità ideale. Questi trend secolari sono una sfida che non dipende solo ma che è influenzata dall´impatto delle tecnologie, dalla globalizzazione, da ineguaglianze crescenti e dalla mancanza di una domanda globale a livello aggregato. Noi dobbiamo interpretare questi fattori in maniera adeguata ed applicare questa visione della stagnazione secolare ad ogni economia a livello specifico. L´attuale modello di crescita ci pone delle questioni fondamentali ma molto deriva dalla mancanza di una domanda globale di beni e servizi.

In quest´ultima parte della Sua vita professionale è stato molto coinvolto nella dimensione pratica dell´economia (nella Commissione sulla Crescita ma anche nelle riforme strutturali del sistema bancario cinese). Quali sono state le Sue influenze intellettuali?
Sono state una combinazione di fattori, esperienze e persone. La Commissione sulla Crescita mi ha permesso di capire meglio le dinamiche della crescita. All´inizio della crisi ero convinto che sarebbe stata diversa ed ero convinto che ci fosse molto di più di una crisi finanziaria, eravamo strutturalmente sbilanciati. Molto è cambiato da allora, prima ero in una posizione minoritaria a dirlo, stiamo imparando dai dati ed il dibattito analitico sta migliorando.

Mervyn King, già governatore della Banca Centrale Inglese, mi ha molto influenzato con il suo libro “The End of Alchemy: Money, Banking and the Future of the Global Economy”. Spero Olivier Blanchard, dopo essere stato capo economista del Fondo Monetario Internazionale negli anni della Grande Crisi, scriverà un libro sulla sua esperienza. Mohamed El-Erian, con “The Only Game in Town: Central Banks, Instability, and Avoiding the Next Collapse”, guarda all´economia globale attraverso gli occhi di un banchiere centrale, osserva gli errori, la politica e lo stallo.

L´economia globale – se si può unificare tutto sotto un singolo titolo o concetto senza diversificarlo ed adattarlo ai diversi contesti – è su un percorso pericoloso. Non collasseremo domani ma siamo su una via che allo stato attuale è poco sostenibile. Pensavamo di aver ridotto la leva finanziaria, ma se guardiamo ai livelli di debito abbiamo 60 trilioni di dollari in termini di debito pubblico, finanziario, corporate e domestico. Se dovessi descrivere lo stato dell´economia globale dovrei ammettere che è confusionario, siamo in una transizione complessa. Abbiamo buoni modelli che catturano equilibri dinamici, stocastici o equilibri generali, ma nel medio-lungo termine la via della crescita deve aggiustarsi e dobbiamo creare un modello per queste transizioni.

Lei è coinvolto come consigliere strategico in INET, l´Institute for New Economic Thinking, un istituto di ricerca finanziato da George Soros, Jim Balsillie (fondatore di Blackberry) e Bill Janeway, che coinvolge 5 Premi Nobel per l´Economia e che guarda al “nuovo pensiero economico”. Come procede la riforma del pensiero economico?
La mia impressione è che siamo riusciti a rimuovere alcune vecchie convenzioni, ad aprire la disciplina – se si pensa soprattutto al nuovo ruolo dell´economia comportamentale (in passato non si credeva nella accuratezza del modello e non era applicata tanto al settore finanziario). Le riflessioni in politica economica sono salutari. Piketty ma anche Raj Chetty stanno davvero facendo grandi scoperte per quanto riguarda le disuguaglianze e l´elemento distributivo della ricchezza. Yuliy Sannikov, recente vincitore della John Bates Clark Medal, prestigioso riconoscimento della Associazione Americana degli Economisti, sta dimostrando una nuova strada e sta facendo progressi importanti.

Un´ultima considerazione sulla Sua esperienza italiana.
Io preferirei si smettesse di usare il termine crisi dopo tanti anni. Se un medico diagnostica una patologia di lunga durata, non la chiama crisi, la chiama malattia cronica. Questa non è una condizione unica per l´Italia ma generalizzata per l´economia mondiale.

In Italia vedo molta buona volontà, molta energia, molto talento, molta creatività e molta performance. Ma sono preoccupato per i giovani italiani che lasciano l´Italia – magari non per sempre, ritorneranno – ma l´Italia non può permettersi di perdere la giovane generazione delle menti più mobili e dinamiche.

Michael Spence è una fonte di ispirazione dinamica e forte, molto volpe in questa intervista, si alza e si appresta a dare la lezione su Secular Stagnation, un colloquio con il Prof. Tito Boeri (vera anima e direttore scientifico del Festival dell’Economia di Trento).

Autore: Francesco Anesi

 

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