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CC-BY-NC Wikimedia

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L’orso bruno (Ursus arctos L.) è stato reintrodotto in Trentino nel 1996 nell’ambito del progetto LIFE Ursus, promosso dal Parco Naturale Adamello Brenta e condotto in stretta collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (oggi ISPRA).

Il progetto mirava a risollevare le sorti dell’ultima popolazione stanziale rimasta nelle Alpi, rifugiatasi tra le montagne del Parco Naturale Adamello Brenta, a seguito dell’eradicazione condotta dall’uomo durante il XIX e inizio del XX secolo che aveva, di fatto, eliminato i grandi predatori da tutto l’arco alpino. Nonostante prima del progetto Ursus gli abitanti della Provincia di Trento avessero espresso parere favorevole al suo ritorno (70% favorevoli e 30% contrari), questo meraviglioso animale ha fatto parlare di sé nei 18 anni successivi quasi sempre per i “conflitti” che ha avuto con la specie umana.

Danni alle attività economiche, pecore ed asini sbranati, incursioni nei meleti, incidenti stradali ed un senso di paura generale ed ancestrale per un animale oramai sconosciuto ai più, hanno fatto cambiare radicalmente opinione alle persone. Lo stesso sondaggio effettuato recentemente ha mostrato risultati diametralmente opposti rispetto al 1996 (30% ancora favorevoli, 70% contrari).

Come già detto in un precedente post, la reintroduzione e il naturale riadattamento di questo animale al territorio alpino possono rappresentare un’enorme opportunità per migliorare il rapporto, da sempre notevolmente conflittuale, tra l’uomo e il suo ambiente “esterno”, e contribuire positivamente al benessere delle popolazioni locali, sia da un punto di vista della salute che economico.

Ma purtroppo, le brutte notizie, specialmente quando ci sono di mezzo le attività economiche e la salute umana, hanno più impatto di qualcosa di apparentemente “poetico e bucolico” come la presenza dell’orso tra le nostre montagne. E così ci si adopera nel modo più semplice, continuando ad alimentare questo sentimento di conflitto, di “animali pericolosi”, di “orsi dannosi”. E quindi, quando l’essere umano si trova di fronte a delle difficili scelte, come in questo caso, si trincera dando la responsabilità dei conflitti solo ad una parte in causa, non la propria. L’uomo continua ad avere una visione del mondo completamente antropocentrica, nonostante gli sforzi fatti per migliorare il rapporto uomo-fauna e stimolare la convivenza con mutuo beneficio per entrambe le parti.

Il 18 Luglio scorso, la giunta provinciale di Trento ha introdotto una nuova tipologia di orso in Trentino, l’orso “dannoso”. Tale denominazione entra a far parte del Piano d’azione interregionale per la gestione dell’orso bruno. Una modifica concordata con il Ministero dell’ambiente, preso atto anche degli ultimi danni arrecati dall’orso M4 nel Trentino orientale. A distanza di sette anni dall’approvazione del Piano d’azione interregionale per la conservazione dell’orso bruno nelle Alpi centro-orientali (Pacobace), la Provincia autonoma di Trento, in collaborazione con la Provincia autonoma di Bolzano e le Regioni Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, ha ritenuto opportuno aggiornare il Piano con alcune integrazioni di carattere tecnico e organizzativo. L’orso “dannoso” verrà ritenuto tale quanto arrecherà, ripetutamente, danni a mandrie di animali domestici o a colture, in generale a patrimoni non difendibili mediante misure di prevenzione, tipo i pascoli di alta quota. La modifica è stata bene accolta dal Ministero dell’ambiente, credendo cosi di ottenere una maggiore “indipendenza gestionale nei riguardi di quella minima parte di popolazione ursina che presenta aspetti maggiormente problematici”. Se un orso avrà la disgrazia di essere etichettato come “dannoso” potrà essere rimosso o abbattuto.

Ovviamente, si sa, le disgrazie non arrivano mai da sole. Il 15 agosto scorso, uno sprovveduto fungaiolo nei pressi di Pinzolo (TN) si è imbattuto in dei cuccioli di orso. È impossibile sapere come siano andate veramente le cose, ma pare che il personaggio in questione si sia appostato per osservare i suddetti cuccioli. La madre, che ovviamente era nelle vicinanze, lo ha avvertito come un potenziale pericolo ed ha, a suo modo, fatto capire all’osservatore di non essere gradito. È un orso, ti avverte dandoti un colpetto e magari un morso, per lui non sono niente, per noi diventano “un’aggressione”.

È sempre difficile valutare queste situazioni in maniera obbiettiva; quando c’è di mezzo la salute umana tendiamo naturalmente a proteggerci e a etichettare “l’esterno” come pericoloso.

La Provincia di Trento, a seguito dell’incidente, ha fatto sapere che intende catturare l’orso (Daniza è il suo nome, reintrodotta proprio durante il progetto LIFE Ursus) ma non ucciderlo. (Forse intendono fargli una ramanzina? Ricollocarlo?).

Si è scatenato un caso nazionale e internazionale, su cui l’opinione pubblica si è divisa. C’è che dice “eliminiamo gli orsi” e chi invece punta il dito contro l’inefficienza delle politiche di gestione della Provincia di Trento, che ha mostrato disinteresse nel dare a questo animale gli spazi che necessita, non ha fatto sufficiente informazione e non ha protetto adeguatamente le attività economiche.

Come già detto altre volte: l’orso fa l’orso. Qualunque madre, avvertendo un potenziale pericolo per i suoi cuccioli, avrebbe agito allo stesso modo. Quello che per lo sprovveduto (ed anche un po’ ignorante) fungaiolo è un’aggressione, per l’orso è un avvertimento, un allontanamento di una minaccia. Chi si scaglierebbe contro una madre umana che difende i propri bambini?

Cosa si può fare?

Il problema principale, per chi lavora sul tema della connettività ecologica e la gestione dei grandi mammiferi, cercando di aumentare la consapevolezza delle persone sui benefici derivanti da una condivisione degli spazi con la fauna selvatica, è vedere come la società umana cerchi continuamente dei “nemici” contro cui combattere. Perché l’orso, in una regione come il Trentino Alto Adige, continua a non essere ben voluto, a scatenare paure ancestrali immotivate, ad essere considerato “inutile” in una visione puramente utilitaristica che inquadra l’ambiente solo come qualcosa da sfruttare per ottenere concreti e veloci benefici economici. Una regione che, pur avendo miriadi di nuove opportunità per il proprio sviluppo incentrato sull’ambiente in modo sostenibile, continua a seguire gli stessi schemi di 30 o 40 anni fa (quando l’orso non c’era).

In Trentino Alto Adige ci sono circa 40-45 orsi, stando all’ultimo “Rapporto Orso” della Provincia di Trento ed un territorio fortemente impattato dalle attività umane che lascia poco spazio ad eventuali alternative di utilizzo. Questa è una delle più usate “giustificazioni” quando si parla di possibilità di convivenza. L’essere umano non desidera fare alcuno sforzo per accogliere una specie che dona equilibrio ai processi ecosistemici (di cui noi beneficiamo ogni giorno), che contribuisce alla stabilità delle popolazioni di ungulati, che rappresenta un indice di elevata qualità ambientale. L’orso viene trattato come un ospite che, però, non si comporta bene. E non come un ancestrale abitante di queste regioni, avente gli stessi diritti degli esseri umani di vivere il proprio territorio. Ogni “conflitto” è sempre causato dall’orso, che viene visto come un bambino cattivo che non sta agli ordini dati dai genitori.

L’orso fa l’orso, non è di per sé cattivo né buono. Non possiamo aspettarci di (ri-)accogliere una specie selvatica sperando che essa si comporti come vogliamo noi, o che veda il mondo attraverso gli occhi umani. Non possiamo essere tanto felici per il suo ritorno ma non fare abbastanza per donargli lo spazio che necessita. E questo non vale solo per il Trentino o l’Alto Adige. E non è giusto che siano solo queste provincie ad occuparsene. Come per l’orso Marsicano in Abruzzo o il lupo in Toscana. Queste specie protette sono di interesse comune e dovrebbero essere gestite da un programma nazionale che miri a rinsaldare (o ricostruire) un rapporto perduto ma a cui può essere data nuova linfa vitale. Mi sembra troppo facile e riduttivo dare un’etichetta (dannoso) ad una specie che, per nostra responsabilità, non riusciamo a gestire. Ma l’uomo, purtroppo, accetta solo le specie animali che riesce a sfruttare e a controllare, con le buone o con le cattive.

La convivenza e la riappacificazione richiedono troppo sforzo e cambiamento di abitudini e, si sa, l’uomo è un abitudinario e un egoista. Vuole “la botte piena e la moglie ubriaca”, ma niente di nuovo avviene senza sforzo. Nessun beneficio si concretizza sperando solo che il mondo intorno a noi cambi.

Ci sono stati e regioni nel mondo ed in Europa che convivono con migliaia di orsi (e altri grandi mammiferi), riuscendo a sfruttare positivamente la loro presenza (basti pensare all’immagine che hanno per il turismo), riducendo al minimo i conflitti. Ne hanno visto le potenzialità, hanno agito, hanno investito sul capitale naturale.

Proviamo a porci qualche domanda:

  • Di chi è la responsabilità dei conflitti che sono avvenuti e che avvengono tra uomo e orsi?
  • Chi ha creato l’attuale situazione? Come mai, dopo quasi 20 anni dalla reintroduzione dell’orso nel Parco Adamello Brenta, ci troviamo a dover scaricare tutte le (nostre) responsabilità sul plantigrado? Certi effetti non erano prevedibili? Eppure, con tutti gli esperti che hanno contribuito al progetto “LIFE ursus”, era facilmente ipotizzabile che gli orsi, una volta allargata la loro popolazione, si sarebbero spostati in cerca di nuovi territori, facendo, appunto, gli orsi.
  • Era prevedibile che, nel loro girovagare (ricordiamoci che un orso può percorrere qualcosa come 40 km in un solo giorno alla ricerca di cibo, riparo, riproduzione), qualche orso si imbattesse in una delle miriadi di attività produttive disseminate per tutto il territorio o in qualche escursionista?
  • Cosa è stato fatto per informare adeguatamente le popolazioni? Cosa per “proteggere” le attività? Come mai nelle zone frequentate dagli orsi (Daniza è radiocollarata, quindi sappiamo dove si trovi) non esiste nemmeno un cartello che avverta della loro presenza e informi su come comportarsi in caso di incontro?

Ma non è il momento delle recriminazioni. È il momento di agire e di fare una scelta; una scelta quantomeno definitiva.

Vogliamo l’orso su queste montagne oppure no?

A vedere come stanno andando le cose, parrebbe proprio di no. Ma, purtroppo per i “nemici” dell’orso, tale animale non si può più abbattere come fatto nel 19° e 20° secolo. È specie altamente protetta in Europa ed in Italia:

UE Direttiva Habitat (92/43/CEE, 22.7.92)

Si propone di assicurare la diversità delle specie proteggendo le specie e i loro habitat. L’orso è elencato nell’allegato IV (specie di interesse Comunitario che richiedono una protezione rigorosa). Eccezioni sono previste solo nel caso di individui che causano danni gravi o il cui allontanamento risulta necessario per motivi di sicurezza. L’orso figura anche nell’allegato II; per le specie qui elencate vanno istituite zone speciali di protezione. A livello nazionale il D.P.R. n.357 del 1997 dà attuazione della citata Direttiva Habitat.

In Italia e Trentino

Nel 1939 la specie orso viene inserita nell’elenco delle specie protette della fauna d’Italia ad opera dell’allora Senatore del Regno Gian Giacomo Gallarati Scotti (Art. 38 T.U. legge sulla Caccia). A livello nazionale attualmente la specie è protetta dalla legge quadro sulla protezione della fauna selvatica n. 157 del 1992. L’orso è compreso tra le specie “particolarmente protette” e sono previste sanzioni penali nel caso di abbattimento. La L.P. n. 24/91 (e successive modifiche ed integrazioni) prevede la protezione a livello provinciale della specie e la prevenzione e l’indennizzo degli eventuali danni da essa provocati al patrimonio agro-zootecnico (Art. 33).

Come si vede, le attività di eradicazione non sono più permesse. La direttiva europea prevede già il termine “dannoso” ma solo in caso di danni gravi (anche qui andrebbe capito cosa si intende per “gravi”) e per motivi di sicurezza personale.

La modificazione del Piano d’Azione e il conio di “orso dannoso” serviranno, in questa regione, come da pretesto per giustificare gli abbattimenti di questo indesiderato animale.

Ci rendiamo conto di quanti soldi e sforzo in termini di risorse umane in più tutto questo verrà a costare? Ricordo che la pratica della ricollocazione si è dimostrata totalmente inefficace – gli orsi ritornano da dove sono venuti, lasciando come alternativa solo l’abbattimento fisico. Si corre il rischio che ogni azione fatta contro gli orsi verrà giustificata con questa nuova terminologia.

Le popolazioni trentine e altoatesine, assieme alle loro amministrazioni, hanno di fronte un’incredibile opportunità.

Quella di rendere questa regione “wildlife friendly” e sfruttare a loro vantaggio tutto ciò che nuove azioni mirate alla felice convivenza potranno portare alla regione stessa (e alle loro tasche).

L’Europa e moltissime ONG spingono per un ritorno dei grandi mammiferi nei loro territori, stimolando gli stati e le regioni ad attuare azioni in tale direzione. Milioni di euro vengono ogni anno messi a disposizione per effettuare progetti che abbiano come fine la protezione dei grandi mammiferi (perché qui si parla di orso, ma ricordiamoci che anche il lupo e la lince stanno tornando), l’educazione ambientale e alla convivenza, la protezione delle attività produttive e lo sviluppo regionale.

I benefici potrebbero essere molteplici, sia in termini di immagine, che economici e per la stessa salute. 

L’orso non chiede alcunché a noi, solo di essere sé stesso. Un orso. Per questo va conosciuto. Perché solo conoscendolo approfonditamente, facendogli spazio, modificando qualche nostro atteggiamento potremmo trarne immensi benefici.

L’uomo ha bisogno della Natura, più di quanto la Natura abbia bisogno dell’uomo. Forse è proprio questa consapevolezza che ci spaventa; ma forse è proprio da qui che dovremmo partire. Ogni crisi è un’opportunità.

Autore: Filippo Favilli

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