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“Tout ce qui est intéressant se passe dans l’ombre… On ne sait rien de la véritable histoire des hommes”

(L.F.C.)

L’assodato paradosso che lega processi migratori e “crisi” climatiche potrebbe essere colto nel corto circuito mediatico che interessa i due fenomeni. Da una parte un emergenzialismo esasperato nutrito da un ingiustificato ma cercato timore (quasi da invasioni barbariche); dall’altra l’indigesta e mai compiuta presa di coscienza (già basterebbe conoscenza) di quanto l’ingerenza antropica sia stata e sia oggi più che mai causa, spesso letale, nell’originare tali crisi. Collegare i due fenomeni è operazione complessa, a quanto sembra. Tanto in diritto quanto nel contesto politico europeo ed internazionale, riconoscere il rapporto di causa-effetto tra i due fenomeni è ritenuto inopportuno. Troppe le variabili in campo. Tuttavia, la migrazione e i processi che ne derivano sono una delle reazioni, possibili quando non forzate, ad alterazioni significative di contesti ambientali e habitat naturali fino ad allora immanenti. Una reazione molto soggettiva, e legata a diversi fattori incidenti, che drammaticamente diventa una scelta a volte obbligata. La scelta di “non restare”, appunto. La storia però non è un processo lineare, si nutre di discontinuità. Tuttavia, chi riuscirà, nonostante tutto/i, a sopravvivere a calamità e disgrazie, abiterà il mondo in maniera differente a quanto fatto in passato.

Nel 1939 lo Stato italiano diede in concessione al consorzio Montecatini la costruzione di una diga nei pressi di Resia, alta Val Venosta, la quale avrebbe dovuto permettere un ristagno d’acqua di circa 20 metri di profondità. Il progetto originario apparteneva ancora all’impero austro-ungarico ed era già stato condiviso nel 1920 dal governo italiano. Con l’inizio del Secondo conflitto mondiale il progetto fu accantonato. Non del tutto però. Nel 1947, a conflitto cessato, i lavori della Montecatini ripresero e nel 1950 la diga venne completata. Quasi 770 ettari di terreno vennero sommersi d’acqua, 500 dei quali ad uso agricolo, oltre 150 case andarono distrutte (tra i comuni di Curon, Resia e San Valentino), molti operai persero la vita nella costruzione della diga, 150 famiglie di contadini private della propria fonte di sussistenza primaria e costrette a prendere una decisione. Migrare o restare. Su tale scelta pesarono significativamente indennizzi irrisori, oltre al danno la beffa, che scatenarono forti proteste. Non tutto il male viene per nuocere (per qualcuno), perché è anche grazie a questa vicenda che l’Alto Adige produce oggi il doppio del proprio fabbisogno energetico. Gertrud Baldauf all’epoca dei fatti aveva circa sei anni, e la sua famiglia, insieme a molte altre, fu tra coloro che decisero di non restare. Oggi all’età di 77 anni vive a Kirchdorf in Tirol, Austria, dove vi arrivò nel 1952. I suoi ricordi non sono mai stati sommersi.

Lei aveva 6 anni quando è stata costruita la diga – cosa si ricorda del periodo prima della costruzione della diga?

Eravamo una famiglia giovane, padre, madre, mia sorella di due anni più grande di me, io ed il fratello più piccolo. Nostro padre ha preso in affitto un appartamento per noi in una casa sull’altopiano, tra i prati. Lui lavorava sul maso dei suoi genitori – avevano bovini e cavalli. Mio padre suonava nella banda musicale di Curon e cantava nel coro. Mia madre era di San Valentino. Gli anni trascorsi in quella casa in mezzo ai prati, questo ricordo era il periodo più bello.

Da bambina, si era resa conto del rischio inerente alla costruzione della diga?

Notavamo che i nostri genitori si preoccupavano molto, ma noi essendo bambini non ci facevamo molto caso. Una volta mi ricordo che, al passaggio di un camion dell’impresa Montecatini, abbiamo iniziato a lanciare arbusti e a gridare “Montecatini merda!”. Pur essendo bambini, ci rendevamo conto che stava succedendo qualcosa. Ma ci divertivamo anche. Quando l’acqua aveva appena raggiunto la casa di mia nonna, abbiamo costruito una zattera e con un bastone oscillavamo sull’acqua.

Quando è stata costretta ad abbandonare l’abitazione?

L’abbiamo lasciata quando è stato fatto il primo invaso di prova; al tempo erano intervenuti in modo perentorio, mentre le persone si trovavano ancora nelle loro abitazioni. Volevano dimostrare che facevano sul serio, per poter riuscire ad evacuare tutte le case. La casa dove abitavamo si trovava in pianura ed il nostro appartamento al primo piano. L’acqua ci ha raggiunti per primi. Subito dopo ci siamo trasferiti a Curon di Sopra, dove mia madre ha avuto un altro figlio. Quando anche qui le case sono state distrutte, siamo dovuti andare a vivere nelle “baracche”. Lì mia madre ha partorito un’altra volta. Nelle “baracche” andavano ad abitare le persone che non erano ancora riuscite a trovare una sistemazione alternativa al momento del versamento. Per molto tempo, tanti non credettero all’idea di essere dovuti andare via veramente. L’incertezza era molta, non si sapeva dove andare. Tra coloro che sono stati costretti a lasciare la propria casa, alcuni sono morti di nostalgia poco tempo dopo. Sì di nostalgia. Molti sono andati via. Un fratello di mio padre per esempio è andato a Bressanone. La nostra famiglia per due anni è stata costretta a viverci, nella “baracca”.

Si ricorda ancora qualcosa di questa esperienza?

Faceva molto freddo! Erano delle sistemazioni di emergenza costruite al risparmio. Quando lì mia madre, il 20 luglio partorì i due gemelli, un bambino e una bambina, aveva da poco nevicato e faceva davvero freddo! La bambina poi è morta. Nelle baracche era terribile. Noi spesso andavamo a casa di mia nonna. I nonni nel frattempo vivevano a Curon Nuova dove erano state costruite delle case. In quel periodo mio padre cercava una piccola fattoria da comprare. Una volta andò a Passau, per visionare una piccola fattoria, ma mia madre disse di no. Lì non ci sarebbe voluta andare.

Foto provveniente dall’archivio di Gertrud Baldauf

Poi però nel 1952 avete lasciato Curon…

Si. Una sorella di mio padre si era sposata a Schwendt in Tirol ed il cognato era venuto a conoscenza di una tenuta in vendita a Kirchdorf. Era una casa vecchissima, molto rudimentale, ma circondata da campi Su questo terreno tutti noi adesso abbiamo una casa. Mio padre voleva comprarla, ma gli abitanti del paese, una volta saputo che stava per essere venduta, hanno iniziato improvvisamente ad interessarsene anche loro. Non gradivano l’idea che un Altoatesino comprasse la tenuta. Gli Altoatesini non godevano di una buona reputazione. Credo che ciò abbia avuto a che vedere con le “Opzioni”. Dopo aver parlato direttamente con il presidente regionale a Innsbruck, mio padre ricevette il diritto di prelazione sull’abitazione. Così ci siamo potuti trasferire qui.

Mio padre ha accompagnato me e mia sorella alla scuola di Curon per poter dare a tutti l’ultimo saluto. Abbiamo pianto molto, questo me lo ricordo. Poi ho voluto assolutamente accompagnare mio padre in macchina nella fase del trasloco. Mia madre ci raggiunse successivamente con gli altri membri della famiglia. Lei non voleva andare via da Curon, ne fu costretta. Per un lungo periodo a seguire soffrì ancora la nostalgia di casa. Ha sempre sperato che prima o poi saremmo potuti tornare indietro. Mio padre avrebbe voluto la nazionalità austriaca per tutta la famiglia, ma mia madre si oppose proprio perché non saremmo più potuti tornare in Alto Adige. Ha sempre pensato che un giorno vi avremmo fatto ritorno.

Come ha vissuto la sua nuova vita in Tirolo da bambina?

Non è stato bello. Ci trovavamo in un paese straniero. Tutti ci guardavano in modo differente pensando:” sono Altoatesini”. All’inizio non capivamo il dialetto locale, e loro ridevano del modo in cui ci esprimevamo. La cosa più terribile tuttavia è stata la nostalgia di casa di mia madre. Anche mio padre aveva nostalgia, ne sono sicura, anche perché anche lui aveva perso tutti i suoi amici. L’intera vita di villaggio e della collettività non c’era più. Qui eravamo noi gli “stranieri”. Ma mio padre non lo poteva lasciare intendere a mia madre. Non ricordo che i miei genitori abbiano discusso molto su quello che ci era successo. In quei tempi nessuno parlava molto di cosa provava interiormente, anche perché non avevamo nemmeno tempo di parlarne. Esisteva solo il lavoro. Si lavorava tantissimo, prima al maso e poi presso la locanda che aveva aperto mia madre. Non possedevamo più una bella gioventù.

Ha avuto poi modo di visitare Curon regolarmente?

Mia madre ci andava più volte all’anno, per lei era un dovere. Andava a trovare tutti e tutti le davano qualcosa. Quando tornava facevamo sempre una merenda “Altoatesina”. Era veramente una piccola festa. Mio padre ogni anno, il giorno di S. Katharina, andava a Curon alla festa del paese. Da piccola e da adolescente anch’io andavo lì spesso a trovare i parenti rimasti.

Alla festa del 50° anniversario della costruzione della diga a Curon, mia madre, mia sorella ed io, siamo andate lì. Mia sorella, purtroppo, non c’è più, ma ha vissuto con piena coscienza la costruzione della diga, essendo più grande di me. Ne ha sofferto molto. In Val Venosta era sempre un’altra persona, rinasceva.

Con quali sentimenti si ricorda di questi avvenimenti?

Per me si tratta di un brutto ricordo, ma sono dell’opinione che adesso bisogna voltare pagina. È successo, che cosa si deve fare? Oggi forse non potrebbe accadere una cosa del genere, le persone non lo accetterebbero. Noi da bambini ci siamo stabiliti qui, ed ognuno si è costruito una casa. Anche questo ha a che vedere con lo spostamento. Adesso qui mi sento finalmente a casa.

Oggi a distanza di anni, il campanile che fuoriesce dal lago di Resia è il simbolo emblematico dell’intera vicenda. Meta di migliaia di turisti che ambiscono ad una foto, simbolo di quell’economia del turismo che ha reso grande questa terra, gramigna dell’eterna illusione che studiando il passato si possa prevedere il futuro. O forse, guardando all’oggi, come sosteneva qualcuno, è tutto il contrario. È questa illusione ad essere la gramigna più tenace della coscienza collettiva: “la storia insegna, ma non ha scolari”.

Autore: Isidoro De Bortoli

La vicenda di Curon Venosta è anche trattata nel romanzo di Marco Balzano “Resto qui” (Einaudi, 2018).  Per ulteriori approfondimenti si consiglia la visione di “Das versunkene Dorf/Il Paese sommerso” (2018) diretto da Georg Lembergh con la sceneggiatura di Hansjörg Stecher.

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