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Malga Loverdina – (c) ASUC di Dercolo

Con un seminario rivolto a ricercatori e practicioners della gestione dei beni comuni in territorio montano, Eurac Research di Bolzano (BZ) ha avviato una riflessione sul futuro di queste importanti risorse per lo sviluppo delle regioni montane di fronte ai cambiamenti socio-economici in corso.

Montagne italiane: cambiamenti in atto

Il territorio montano italiano oggi si confronta con trend socio-demografici antitetici: da una parte il sovrappopolamento dei fondovalle – in particolare lungo i principali assi di comunicazione – e dall´altra lo spopolamento e l´abbandono delle terre alte e delle valli più remote e marginali. Nelle aree montane con una maggiore presenza umana emergono conflitti legati alla competizione per l’uso delle risorse di utilità comune (suolo, acqua, foreste, ecc.). A questi possono seguire di processi di appropriazione di natura privatistica che ne sviliscono il significato pubblico e il potenziale sociale. Al contrario, nelle aree spopolate, le risorse possono subire una perdita di valore (economico, sociale e culturale), diventando quindi maggiormente esposte ai rischi legati al dissesto idrogeologico e più in generale all’impatto dell’accelerazione del cambiamento climatico sull’ambiente. A questi trend, in anni più recenti, si sta affiancando il fenomeno dei “nuovi montanari”, persone che dalle città decidono di insediarsi nelle Terre Alte alla ricerca di diverse occasioni di vita e di lavoro. Questo fenomeno mette in luce come l’accesso alle risorse locali possa essere difficile per i neo-insediati, a fronte di regole e consuetudini di gestione che tendono spesso a preservare lo status quo.

Beni comuni: di cosa stiamo parlando?

Elinor Ostrom, premio Nobel per l’economia 2009, ha dedicato la sua attività di ricerca ai beni comuni. Li definisce come risorse comuni che includono sia risorse naturali che antropiche il cui accesso da parte dei beneficiari è fisicamente e istituzionalmente difficile da limitare e il cui uso da parte di una persona riduce la disponibilità della risorsa per un´altra. Per queste caratteristiche si differenziano dai beni di club (il cui accesso è facilmente limitabile), dai beni pubblici (la cui disponibilità non dipende dall´intensità dell´uso come l´illuminazione pubblica e l´istruzione pubblica) e dai beni privati (non accessibili e non utilizzabili se non dai proprietari).

Il passo successivo: beni comuni rurali in territorio montano

Quando parliamo di beni comuni rurali in territorio montano ci riferiamo a boschi e foreste, pascoli, malghe che sono di proprietà di una certa parte o di tutta la collettività dei residenti e il cui uso e beneficio è potenzialmente di tutti (per camminare, ammirare il paesaggio, raccogliere i funghi, raccogliere la legna, far pascolare il bestiame, sciare). Nel territorio montano italiano, i beni comuni presentano differenze rispetto a quelli urbani o rurali di pianura, per ragioni innanzitutto storiche legate alle maggiori autonomie date alle popolazioni montane in cambio del presidio territoriale. L´autonomia ha dunque dato il diritto alle popolazioni montane di amministrare queste terre in base alle esigenze della comunità locale. Le specificità morfologiche del territorio montano, le attitudini di dipendenza dalle risorse e le pratiche di produzione hanno e stanno influenzando profondamente il livello di intensità e il tipo di uso di queste risorse comuni. A titolo di esempio, si va perdendo la pratica della raccolta della legna per riscaldare le case, la caccia non viene più fatta per sussistenza, ma per sport e tempo libero, e in alcune zone, venendo meno l´attività zootecnica, il pascolo montano passa dall´essere area per la produzione di fieno ad avere scopi ricreativi. Le caratteristiche fisiche e geografiche dei territori contribuiscono inoltre a determinare da un lato il sovra-sfruttamento di alcune risorse (idriche per la produzione elettrica, pendii per lo sci), e dall´altro il loro abbandono (pascoli e malghe isolate, boschi e foreste lontane da strade carrozzabili).

Differenti regimi di proprietà e uso, diritti talvolta includenti e talvolta escludenti.

Data la lunga storia dei beni comuni, i territori montani hanno nel corso del tempo sviluppato regimi di proprietà e istituzioni per la gestione molto diversi tra loro. Ogni zona del territorio montano ha sviluppato una propria forma di proprietà, che è stata chiamata Regola, Interessenza, Università agraria, Magnifica Comunità, Agrargemeinschaft, Vicinia, Partecipanza, Amministrazione separata, ecc… Tutte queste istituzioni si dividono però in due (profondamente) diversi regimi di proprietà: gli usi civici (o assetti fondiari collettivi) e le proprietà collettive. L´uso e la gestione va a beneficio di tutti i residenti di un comune o di una frazione; ciò significa che la residenza dà diritto di uso e potere di essere eletto nel consiglio direttivo di gestione questi beni. Le proprietà collettive sono invece vere e proprie proprietà condivise tra una serie di persone, i cui diritti di proprietà vengono tramandati di generazione in generazione, e in Alto Adige sono spesso legati al possesso di un maso chiuso. In entrambe queste forme il bene è inalienabile, indivisibile, e la destinazione deve essere a scopo agro-silvo-pastorale. Nel secondo caso però non si può parlare di beni comuni in senso stretto, perché una parte della comunità non ha la proprietà di questa risorsa, e talvolta nemmeno diritto di uso.

La legge 168/2017

Nel 2017, dopo anni di dibattiti e ricerche e su consiglio della Commissione Rodotà (2007), è stata emanata una legge (168/2017), allo scopo di coordinare la disciplina di tutte queste forme di proprietà collettiva. Si tratta infatti di un patrimonio notevole dal punto di vista quantitativo e qualitativo che potrebbe rappresentare una opportunità di sviluppo territoriale (se connesso con il tema dell’accesso alla terra) e di salvaguardia della biodiversità e del paesaggio (Oliverio, 2018). Una risorsa a tutela di altre risorse fondamentali per la vita umana e per la salvaguardia della qualità ambientale. La legge infatti tutela la destinazione di queste risorse a uso agro-silvo-pastorale, attenuando il pericolo di processi di svalutazione di queste a seguito di pressioni economiche che vanno a scapito di criteri di sostenibilità e di preservazione delle risorse nel lungo periodo. Si tratta infatti di una fetta sostanziosa di territorio italiano; l’Istat nell’ultimo censimento generale dell’agricoltura del 2010 ha rilevato che sono oltre un milione e mezzo gli ettari di terre di collettivo godimento, gestite da 2.233 unità di gestione. La legge tuttavia è stata oggetto anche di forti critiche perché tenta di mettere usi civici e proprietà collettive sullo stesso piano giuridico, creando confusione tra diritti tendenti all´universalismo quali sono i primi e diritti comunitaristi e chiusi quali sono le seconde.

Immagine tratta dal film “La prima neve” (http://www.laprimaneve.com/)

Il futuro dei beni comuni rurali in territorio montano

Partendo da queste considerazioni, a gennaio di quest´anno i ricercatori dell´Istituto per lo Sviluppo regionale hanno organizzato un seminario rivolto a studiosi e practicioners dei beni comuni in territorio montano, allo scopo di ragionare sul futuro di queste risorse. Grazie ai contributi dei relatori e dei partecipanti, è emersa una profonda ricchezza di prospettive. I beni comuni sono innanzitutto forti eredità storico-culturali, trasformati dall´uomo per una funzione economica di sussistenza, e che oggi, a venire meno di questa necessità, si trovano di fronte a un punto di svolta. I conflitti tra varie esigenze di uso determinano rapporti critici tra diverse istituzioni (amministrazione pubblica ed ente gestore dei beni comuni), mentre a fronte dei cambiamenti socio-demografici alcune forme giuridiche di proprietà si trovano ad essere fortemente escludenti di una parte di comunità. A fronte di un rinnovato interesse per la montagna, stanno nascendo nuove forme di gestione innovativa, quali le cooperative di comunità. Emerge inoltre l´esigenza di criteri di conservazione e tutela ecologica delle risorse, per la quale esistono strumenti di valorizzazione economica delle risorse naturali di proprietà o uso collettivo, quali ad esempio i pagamenti per i servizi ecosistemici.

Il comune denominatore tra le differenti prospettive è che non esiste un bene comune se non vi è una comunità che lo riconosce come tale. I beni comuni possono dunque costituire la terza via della montagna italiana per costruire una comunità inclusiva che partecipa alla costruzione resiliente del proprio futuro, partendo da “un altro modo di possedere” le proprie risorse, per dirla alla “Grossi”.  

Autori: Cristina Dalla Torre, Andrea Omizzolo, Andrea Membretti

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