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GAS-Grupp-Acquisto-Solidale-EURAC

Come applicare nel quotidiano il concetto di sostenibilità, studiato in molte sue sfaccettature dai vari istituti di Eurac? Cercando di dare risposta a questa domanda, nell’autunno 2012, è nato il primo ed informale Gruppo di Acquisto Solidale (GAS) fra i collaboratori dell’Accademia.

I Gruppi di Acquisto Solidali sono gruppi di persone, organizzate in maniera spontanea, che acquistano insieme prodotti e servizi tenendo un approccio critico al consumo e cercando di applicare i principi di equità, solidarietà e sostenibilità ai propri acquisti. La solidarietà distingue i GAS da altri gruppi d’acquisto. Il loro obiettivo principale non è quello di far risparmiare (anche se può esserne una positiva conseguenza), ma quello di acquistare prodotti e servizi rispettosi dell’ambiente e delle persone, avvicinando i produttori ai consumatori finali (filiera corta).

Per i ricercatori la sfida dell’innovazione non stava nell’idea in sé (i GAS nascono infatti nel settembre del 1993, ad un convegno dal titolo “Quando l’economia uccide…bisogna cambiare” organizzato dai Beati Costruttori di Pace) ma nel cogliere l’opportunità di promuoverla in una comunità giovane e dinamica come Eurac e verificarne gli esiti.

A febbraio di quest’anno (2016) a StoGAS avevano aderito 95 partecipanti, in prevalenza ricercatori con la partecipazione di alcuni capi d’Istituto di Eurac e funzionari/collaboratori di enti esterni. Il gruppo é nato e continua ad esistere allo scopo di acquistare prodotti con determinate caratteristiche, da produttori conosciuti, a prezzi accettabili. I prodotti acquistati sono i più vari; il volume di acquisti maggiore è quello relativo ad alimenti freschi come le arance di Sicilia (nell’inverno 2014-2015 un totale di quasi 2 tonnellate – 1887 kg e da novembre 2015 a fine marzo 2016 un totale provvisorio di oltre 3 tonnellate, con un trend in decisa crescita), ma vengono acquistati saltuariamente anche alimenti a lunga conservazione come miele, farina, pasta, olio ecc., detergenti, cosmetici e abbigliamento (in particolare giacche e scarpe). Come in ogni altro GAS, i membri hanno scelto e condiviso alcuni criteri con i quali selezionare i fornitori, individuare le modalità di consegna, stabilire con il produttore un prezzo condiviso e scegliere cosa acquistare (privilegiando la stagionalità, il biologico, il sostegno alle cooperative sociali, la riduzione degli imballaggi, le dimensioni del produttore o la vicinanza territoriale).

Alla base però di ogni scelta è stata posta la valutazione dell’impatto sociale (rispetto dei diritti dei lavoratori e della loro sicurezza) e dell’impatto ambientale (rispetto della natura e dei suoi ritmi). Ciascun membro può proporre (e quindi gestire) un ordine per un prodotto o servizio. Tutte le comunicazioni sono organizzate attraverso un gruppo privato sulla piattaforma digitale gratuita “Google Groups” e sfruttando gli strumenti e lo spazio di Google Drive. Tutte soluzioni gratuite e di facile utilizzo. L’approccio e gli strumenti adottati permettono al GAS di continuare ad esistere senza essere un peso per i membri.

Un’analisi di Coldiretti e Censis evidenzia che questo fenomeno già nel 2012 aveva contagiato il 18,6 per cento degli italiani ovvero circa 7 milioni di persone, di cui quasi 2,7 milioni in modo regolare e poco meno di 7000 punti di vendita e distribuzione. Il giro d’affari stimato da Retegas ad ottobre 2014 era di oltre 90 milioni di euro per i circa 1000 gruppi “ufficiali” registrati. Gli stessi coordinatori ritengono oggi plausibile l’esistenza in Italia di un numero almeno doppio comprendendo quelli “informali” come appunto StoGAS, (questo il nome scelta dai membri per sottolineare la partecipazione diretta in prima persona di ciascuno di loro che hanno assieme risposto “io ci Sto”) formatosi in Eurac. L’ordinamento giuridico italiano contempla infatti due possibili tipologie di GAS. La prima li inquadra come soggetti associativi senza scopo di lucro costituiti al fine di svolgere attività d’acquisto collettivo di beni e distribuzione dei medesimi con finalità etiche, di solidarietà sociale e sostenibilità ambientale. La seconda come gruppi informali che agiscono come “gruppi di persone/amici/parenti non costituite in associazione”. Alcuni di loro si appoggiano ad associazioni già esistenti, altri si riuniscono attorno ad una struttura di servizio più grande o si collegano fra loro tramite un “inter-GAS”, e molti sono privi di una struttura organizzativa formalmente riconosciuta.

Ad oggi quindi la sfida iniziale del gruppo può dirsi vinta e gli incoraggianti risultati ottenuti con i prodotti agroalimentari stanno orientando l’interesse dei ricercatori anche verso altre tipologie di acquisto come i servizi. Alcune ipotesi si spingono persino oltre a settori come la telefonia o la fornitura di energia elettrica, già oggetto di proposte in altre realtà più consolidate ed ufficializzate di StoGAS. Ambiti come la formazione, la preparazione fisica e la salute, l’assistenza alle persone più anziane, la crescita dei bambini, il trasporto e parcheggio e persino i viaggi sono oggetto delle discussioni dei ricercatori. A fronte del perdurare della crisi economica e di modelli di business non sempre capaci di stare al passo con i tempi e con le mutate esigenze delle persone, quella della condivisione potrebbe diventare l’unica economia possibile. Un tipo di economia che secondo il rapporto pubblicato dal Parlamento Europeo a Gennaio 2016 “The cost of non Europe in the sharing economy”, anche se necessita ancora di essere regolamentato, vale circa 572 miliardi euro. Che sia quindi veramente giunto il momento della sharing economy?

Autore: Andrea Omizzolo

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