Reading Time: 5 minutes
Orso-Alpi

Image CC BY-NC-ND: www.arternative-design.com

L’Alto Adige, in questi ultimi anni, è tornato ad essere ambiente per il ritorno “a casa” di un antico abitante delle Alpi, l’orso bruno. I recenti avvistamenti, alcuni incidenti stradali, sporadici attacchi al bestiame e agli apiari, hanno riportato a galla delle paure irrisolte dell’essere umano verso questo imponente mammifero. Fin dai tempi antichi, questo animale ha esercitato un potente fascino sulle culture e l’immaginazione dell’uomo, con il quale condivideva gli stessi territori. L’orso, a causa delle emozioni che ispira, è sempre stato venerato ed odiato in un misto di attrazione e repulsione. A fine Ottocento, per fare un esempio, la caccia al plantigrado era permessa e premiata dalle autorità. L’orso era visto come un feroce predatore che attaccava gli allevamenti ed un competitore per la fauna venatoria, ma, in fondo, diventava un capro espiatorio delle paure inconsce che l’uomo ha sempre avuto per la natura in generale e per la fauna in particolare, perché, di fatto, a lui simile ma totalmente incontrollabile. Da diversi anni ormai, l’orso è una specie particolarmente protetta, per la quale l’Unione Europea e le normative nazionali e provinciali chiedono un maggiore sforzo di protezione.

Il progetto “LIFE Ursus” e l’espansione dell’orso
L’orso bruno sta tornando nei territori dove ha sempre vissuto fino a quando l’essere umano, nel XIX e XX secolo specialmente, non ne causò la quasi totale estinzione. L’ultimo nucleo che si salvò da questa feroce eradicazione trovò rifugio tra le montagne trentine dell’Adamello Brenta. Da questo territorio ha preso il via il progetto “LIFE Ursus”, che dal 1996 ha cercato di risollevare le sorti dell’ultimo nucleo di orso bruno delle Alpi italiane. Dopo un primo studio di fattibilità, volto anche a identificare l’attitudine delle popolazioni residenti verso questo animale, venne effettuata una reintroduzione di 9 individui (3 maschi e 6 femmine di età compresa tra 3 e 6 anni) nel parco Adamello Brenta in Trentino. Tale numero veniva indicato come il contingente minimo per la ricostituzione, nel medio-lungo periodo (20-40 anni), di una popolazione vitale di orsi sulle Alpi Centrali, formata da almeno 40-50 individui. Il progetto, conclusosi nel 2004 dopo una seconda fase di finanziamenti europei, ha dato frutti insperati. Il nucleo di orsi aventi il parco Adamello Brenta come area centrale conta oggi quasi 50 esemplari. La popolazione, così ristabilita, ha iniziato anche una notevole espansione territoriale, spingendosi in aree ben distanti dal Parco, luoghi dove l’orso potesse trovare ambiente idoneo per l’alimentazione, la riproduzione, il riposo e il letargo all’interno di un continuo ecologico e in assenza di barriere (es. strade, paesi, attività produttive) che ne limitassero gli spostamenti. L’esplorazione del territorio ha portato l’orso anche nella parte occidentale dell’Alto Adige e verso la Lombardia, lasciando sperare in una futura riconquista di tutto il territorio alpino.

L’orso bruno: da crisi ad opportunità
L’orso bruno ha sempre stimolato nell’uomo un rapporto duale, caratterizzato da empatia e sfruttamento, rispetto e paura fin da quando si è trovato a condividere gli spazi e le risorse con esso.
Come ben espresso in un recente libro “Il soffio dell’orsa” di Rosario Fichera: “L’orso catalizza il lato oscuro e selvatico dell’uomo, che nei confronti del plantigrado può provare sentimenti contrastanti, di terrore e di fascino allo stesso tempo. Mantenere un punto di equilibrio – e quindi di consapevole relazione – con il lato oscuro e selvatico è fonte di armonia per l’essere umano. Quando questa relazione viene a rompersi, o viene negata, si precipita nella paura”. La paura, per quanto comprensibile, viene sicuramente guidata anche dalla poca conoscenza oggettiva che si ha di questo animale. L’ignoranza, mista ad un sentimento di impotenza, spinge l’uomo a sentirsi come assediato, e a porsi sulla difensiva. Tale atteggiamento alimenta la lontananza dalla fauna selvatica e spinge ad una ferma opposizione al suo “ritorno”, anche tramite azioni irrazionali e di pura vendetta (avvelenamenti, caccia, diffusione della paura stessa). Molte comunità montane interessate dal passaggio dell’orso lo percepiscono ancora come “invadente, inutile e pericoloso”. Per quanto, da un punto di vista biologico/comportamentale, queste emozioni siano ingiustificate, da un punto di vista economico non lo sono affatto. È capibile la frustrazione e la rabbia che tali avvenimenti possono scatenare negli allevatori, i quali si sentono soli ad affrontare un problema più grande di loro. Il sentimento di impotenza, che la presenza del plantigrado causa, può essere dissipato solo da buone pratiche che permettano una win-win situation. L’interesse comune, infatti, dovrebbe mirare a permettere all’orso di vivere pacificamente nei propri territori e all’essere umano di conoscere a fondo questo animale, di non subire danni economici alle proprie attività e di non mettere a rischio la propria incolumità.

Quali strategie per il futuro?
L’Istituto per lo Sviluppo Regionale ed il Management del Territorio di EURAC, assieme all’ufficio Natura e Paesaggio della Provincia Autonoma di Bolzano, sta scrivendo un progetto per evitare lo sviluppo di ulteriori conflitti (es. incidenti automobilistici) e aumentare allo stesso tempo la conoscenza biologica e comportamentale del plantigrado. Attraverso lo studio del territorio, eventi pubblici, brochure, incontri nelle scuole, si mira a diminuire la distanza conoscitiva tra l’uomo e l’orso ed evidenziare come tale animale possa contribuire positivamente al benessere delle popolazioni locali, sia da un punto di vista della salute che economico.

Per chiudere: ma perché l’orso dovrebbe tornare sulle nostre montagne? Senza volerci dilungare in questo breve post, alcune risposte possibili possono essere:

  • I grandi predatori (orso, lupo, lince) hanno sempre abitato le Alpi e fanno parte della nostra storia – tipici esempi sono la loro presenza continua in storie, leggende, stemmi araldici e toponimi.
  • Gli ecosistemi che ospitano i grandi predatori sono di maggiore qualità, in quanto essi contribuiscono a mantenere l’equilibrio e l’armonia dei processi ecologici. Noi umani beneficiamo ogni giorno della qualità ambientale tramite i servizi che essa ci offre (aria, acqua, suolo, foreste ecc.).
  • L’orso in particolare rappresenta un marchio di qualità ambientale che può essere monetizzato, ad esempio, con il turismo.
  • In caso di danni agli allevamenti e alle coltivazioni le Provincie di Trento e Bolzano provvedono all’indennizzo. Le stesse provincie provvedono a fornire in comodato d’uso (o dando un contributo per il suo acquisto) il materiale di protezione (in particolare reti elettrificate).

La riflessione che possiamo fare in chiusura è che siamo di fronte ad una scelta molto importante che caratterizzerà il futuro rapporto tra l’uomo e l’ambiente. L’uomo dovrebbe evitare di ricadere in atteggiamenti irrazionali nei confronti della natura. Tali atteggiamenti hanno condotto allo sterminio specie animali quali lupo, orso e stambecco, perché ritenute responsabili di sfortuna, disgrazie e malefici, oppure perché ritenute magiche e curative, oltre che ben appetite.

È capibile, e mi ripeto, la frustrazione che i danneggiamenti alle attività economiche possono causare, ma essi non devono sfociare e generalizzarsi con la paura per la propria incolumità (negli ultimi 150 anni non si ha memoria di attacchi fisici da parte dell’orso verso l’uomo).

La conoscenza di cui beneficiamo oggi, sia naturalistica che tecnica/ingegneristica può darci la possibilità di decidere quale scelta gestionale attuare, proteggendo allo stesso tempo l’orso, le nostre attività e la nostra salute. Possiamo usare questo ritorno naturale dei predatori come un’opportunità per sviluppare un sentimento di pacifica e mutuale convivenza con le altre specie naturali, proteggendole in quanto fonte per noi di concreto benessere; oppure possiamo continuare una guerra con l’ambiente che, nonostante i dubbi benefici che nel breve termine potrebbe portarci, ci condurrà ad una irrimediabile sconfitta.

Autore: Filippo Favilli

Link di approfondimento

Print Friendly, PDF & Email

3 Comments. Leave new

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Fill out this field
Fill out this field
Please enter a valid email address.

Menu